Hans Blumenberg, La legittimità dell’età moderna (riportato in Hans Blumenberg, Carl Schmitt, L’enigma della modernità Epistolario  1971-78) [note preparatorie per una lezione presso l’università di Kaunas]

p.9: tra le affermazioni ricorrenti… è la tesi che la coscienza storica dell’età moderna sarebbe derivata dalla secolarizzazione dell’idea cristiana della storia della salvezza, più precisamente dalla provvidenza e dalla finitezza escatologica. Il libro di Karl Löwith Meaning in History. The theological Implication of the Philosophy of History ha avuto un’incidenza dogmatica fin dalla sua prima pubblicazione (1949). […] la toeria hegeliana storico filosofica del “superamento” della fase storica cristiano-protestante nella costituzione fondamentale del mondo spirituale e politico moderno, in particolare nella sua coscienza costitutiva di libertà soggettiva avrebbe proiettato “il divenire della slavezza … sul piano della storia del mondo e quest’ultima viene innalzata al piano del primo” . Se il pocesso storico è autorealizzazione della ragione, allora ciò che esteriormente appare come discontinuità della mondanizzazione, secondo la sua logica e struttura immanente, deve aver portato l’origine alla sua consequenzialità, e quindi l’antecedente teologico alla sua forma definitiva.

Ma: tra escatologia e idea di progresso sussistono diversità decisive che impediscono la trasposizione reciproca e rendono problematico il criterio di identificabilità del momento teologico nella concezione della storia.

La differenza formale sta nel fatto che l’escatologia parla di un evento che irrompe nella storia, ma che rispetto alla storia stessa è eterogeneo e trascendente [la storia è spazio e tempo come metafora dello spazio: finitezza e limite; dio è infinitezza, non spazio; cf con alcune osservazioni di Agamben a proposito di ordinamento], mentre l’idea di progresso estrapola il futuro da una struttura immanenete alla storia stessa e percettibile in ogni presente. Partendo da una concezione che vede la storia come progresso, l’attesa teologica di un compimento delle speranze umane che giunge dall’esterno appare come ostacolo a quell’atteggiamento mentale e a quell’attività che sole possono garantire all’uomo la realizzazione delle su epossibilità e dei suoi bisogni.

p.11 Nella sua forma tardo-medioevale, che precede storicamente l’età moderna, la dottrina delle “cose ultime” è una risposta a una domanda alla quale razionalmente non è possibile rispondere, ossia la domanda sul senso e l’andamento complessivo della storia. L’idea di progresso originariamente non risponde affatto a quest’ampia domanda riguardante il destino umano nella sua totalità [il momento totalitario] ma si richiama alla struttura parziale del processo teorico-scientifico…

p.12 La trasposizione del modello del progresso teorico ed estetico nella concezione globale della storia presuppone che in questa totalità l’uomo si consideri come unico responsabile all’opera e ritenga possibile derivare dall’autocomprensione del soggetto razionale e creatore la struttura della storia.

p.12 Kant parla di una “possibile esibizione a priori degli eventi che là dovranno sopraggiungere” della “narrazioen storica profetica di ciò che il tempo futuro riserva” e precisamente in base al fatto che il soggettoè al tempo stesso il rpincipio del suo oggetto: ” Ma come è possibile una storia a priori? -Risposta: quando chi pronostica attua e prepara elgi stesso gli eventi che egli annuncia in anticipo (Streit der Fakultaeten  II, 2 1798)”

p.13 Proprio la soppressione dell’idea di una provvidenza nelle cui mani si trova la totalità della storia, è presupposto della validità della concezione razionale totale, il cui fondamento di verità è la coerente applicazione dell’assioma, già formulato da Vico, verum et factum convertuntur. [totalità/finitezza]